Animali

BORGO SAGRILOT

Gli animali di Borgo Sagrilot

Da sempre l’attività rurale mette in stretta simbiosi uomini e animali, soprattutto in realtà di piccole dimensioni, gli animali sono visti come membri dell’azienda familiare. Fortunatamente oggi si sta riscoprendo questo rapporto e soprattutto l’agricoltura di montagna che conta, per ovvie ragioni ambientali e logistiche, sulla qualità dei prodotti che può offrire, piuttosto che sulla quantità, sta portando avanti il concetto che il rispetto delle pratiche per il benessere animale porta ad un rapporto in cui l’uomo non è più dominante ma collaborativo con gli animali e l’ambiente circostante.

Questa nuova consapevolezza rende l’agricoltore di montagna un guardiano e custode del territorio e dell’ecosistema nel quale vive, riprendendo per certi aspetti pratiche in uso dai nostri avi rivisitate in chiave moderna con l’utilizzo di tecnologie e innovazioni atte a migliorarne le prestazioni e ridurne le fatiche. Nei tempi passati, vi era un silenzioso patto di reciproca sostenibilità tra uomini e animali, l’uomo offriva protezione nutrimento e cura e l’animale restituiva cibo, in parte lavoro, sostanza per fertilizzare i terreni, riscaldamento.

1949 Alfonso Scopel nel cortile di Borgo Sagrilot.

Siro Scopel a Col de Guiel con nipoti anni 1960 circa, si intravede la moglie Angela.

Tutte le bestie erano chiamate per nome, e a distanza di anni gli uomini hanno ancora memoria delle abitudini, caratteri ed esperienze vissute assieme a questo o quell’animale. Eventi come il parto di una vacca coinvolgeva non solo i proprietari, ma si chiedeva aiuto ai vicini, magari più esperti, e si passavano ore in stalla, spesso di notte, con trepidazione e preoccupazione per la salute del nascituro e della madre.

Anche nelle foto, che allora non erano frequenti come adesso, si poteva notare la presenza di animali immortalati quasi per caso assieme agli uomini a testimonianza di questo stretto legame.

A volte accade che anche gli animali selvatici scelgano di convivere pacificamente con gli uomini, negli anni 80 una civetta nidificò dai Scopei e per alcuni mesi fu l’attrazione principale delle visite a Remo Scopel.

14.08.1967 Valdumela

Giuditta Dal Zotto della loc. Silvestrin a Col de Guiel

Jacomin

Mostacin

Billy e Luna

Ovini e bovini di Borgo Sagrilot e della Val Martina

Per più di quarant’anni, dagli anni ottanta agli anni duemilaventi, in estate in Val Martina erano presenti le pecore di Alfonso Scopel.
Tutto cominciò quasi per caso, quando, in autunno, le greggi di pecore transitavano ancora nelle campagne dietro l’ospedale di Feltre.

Erano pastori trentini e durante i due, tre giorni in cui stazionavano in zona, noi ragazzi portavamo loro una moka di caffè bollente, un dolce fatto in casa, cercavamo scuse per passare quei pomeriggi accanto alle pecore, ai cani e ai pastori. Un anno fummo particolarmente insistenti nel chiedere di avere anche noi un a pecora, che un pomeriggio Alfonso partì per l’Alpago e tornò a casa con una agnella di 6-7 mesi.
Da lì anno dopo anno iniziò il gregge di Alfonso.

Pastorelli Borgo Sagrilot anni 1980

BorgoSagrilot

Durante il periodo estivo le pecore pascolavano in val Martina, Alfonso e noi ragazzi partivamo a giugno, appena finita la scuola, una mattina all’alba. Si passava davanti al Foro Boario a Feltre, si proseguiva per le Montegge (allora non c’era ancora la superstrada), poi per Rasai, Seren, si imboccava la strada per la valle e si arrivava a Borgo Sagrilot.

Una volta arrivati ci aspettava la colazione, preparata da Giovanna, moglie di Alfonso, che ci aveva anticipato in auto e il primo acclimatamento degli animali che venivano fatti pascolare nei prati attorno alle case e portati in stalla. Nei giorni successivi si partiva la mattina verso le otto, si imboccava la mulattiera nel bosco e si portavano le pecore a quello che noi chiamavamo “prà de Marcelo” che era, in realtà, la località chiamata “al Pendanel” a pascolare. (Oggi tale località è sparita inghiottita dal bosco come pure il sentiero per arrivarvi ha tratti ormai degradati).

A dire il vero non eravamo bravi pastori, lasciavamo le bestie a pascolare nel prato e ci dedicavamo ad esplorare la casetta rudere nelle vicinanze che un tempo serviva per la raccolta estiva del fieno. Quando la casetta non attirò più la nostra attenzione, cominciammo a costruire improbabili capanne nel bosco attorcigliando rami e raccogliendo pezzi di legna qua e là, poi scoprimmo, poco lontano dal pascolo, un “fontanel” e lì a cacciare girini, ogni tanto tornavamo al prato a dare un’occhiata agli animali. Quando il campanile di Pian de la Cesa suonava mezzogiorno, si cominciava a radunare le pecore e scendere a valle, sempre per la stessa mulattiera percorsa la mattina.

Arrivati al borgo, le pecore venivano accompagnate in stalla, si riempiva loro la mangiatoia di erba e andavamo a pranzare, nel pomeriggio ci si dedicava ad altri lavori, come fare il fieno, la legna. E così passava l’estate. A fine agosto si ritornava a Feltre.

Quasi per caso, era un’estate particolarmente afosa, scoprimmo che Gigia, una delle pecore più anziane, si era autoeletta capobranco e riusciva a guidare a casa le altre senza l’ausilio di noi “pastori”. Vedemmo che dal prato dove pascolavano, quando gli insetti (tafani, mosche e moscerini) diventavano particolarmente fastidiosi Gigia prendeva la via di borgo Sagrilot seguita dalle altre e a nulla valevano i nostri sforzi per farle restare, si mettevano a correre e a saltare incontrollabili e prendevano la via del ritorno comunque. Dopo questi ripetuti episodi cambiammo strategia di pascolo: si portava la sera il gregge al “pra de Marcelo”, le si lasciava pascolare in autonomia e si ritornava al borgo e la mattina seguente verso le 9.30-10.00 Gigia guidava le altre fino alla stalla. Le estati passavano in questo modo finché Gigia ci lascio per vecchiaia e da allora fu anarchia, nessun’altra pecora fu in grado di diventare e essere riconosciuta capobranco dalle altre.

Fu allora adottata la tecnica del recinto elettrico, non abitando più il borgo tutta l’estate ma solo per i fine settimana o quando il lavoro lo permetteva. Si lasciavano le pecore nei prati con il recinto elettrico e venivano spostate ogni 2-3 giorni. Gli abitanti della valle facevano richiesta ad Alfonso per avere le pecore a pascolare nei poderi, si portavano le bestie nelle zone indicate (da Stelvio, da Carla, da Cuci, da Genio) e ogni 2 giorni si passava a controllare o cambiare l’acqua, si portava loro pane vecchio fatto a pezzi o un po’ di sale. Ogni tanto le pecore uscivano dal recinto e immancabilmente arrivavano nelle proprietà altrui, mangiando non propriamente solo erba, per cui questo tipo di richieste cominciò a scemare.

Quando non ci fu più questa esigenza, le pecore furono portate a pascolare nella Busa in val Martina, su terreno messo a disposizione dal proprietario del fondo. Si recintò il perimetro attorno con rete e pali, il pascolo aveva anche una piccola stalla dove gli ovini potevano riposarsi nelle ore più calde e la notte. E così passarono ulteriori anni, Alfonso arriva con il suo furgone, le pecore sentivano il rumore del mezzo da lontano e lo aspettavano al posto in cui sapevano veniva lasciato il pane e il sale c’era inoltre Remo che vigilava sempre su di loro abitando poco distante.

Nella primavera inoltrata del 2023, l’erba era particolarmente alta e precoce rispetto alla stagione, Alfonso decise di portare otto tra pecore e agnelli in val Martina a fine aprile. Tutto procedeva come gli altri anni, le pecore si erano adattate al nuovo ambiente e tranquille brucavano l’erba nella Busa. Erano passate alcune settimane quando una notte inaspettato, silenzioso e terribile arrivò il lupo.

La cosa che ha fatto più male e rabbia è stata la mattanza. Chi alleva animali ruspanti sa che una quota parte di galline, anatre, oche e relativi pulcini, conigli e coniglietti finisce pasto di volpi, faine, pantegane, cornacchie, poiane e rapaci vari. Gli attacchi arrivano da terra e dal cielo, di notte ma ultimamente, sempre più spesso, anche in pieno giorno, con i predatori sempre più audaci vicino alle case.

Consapevoli di questo, avremmo accettato, sicuramente non di buon grado, ma comunque accettato, che il lupo si mangiasse una pecora, se proprio avesse avuto una fame da lupo anche due, però te le mangi dalla testa alla coda e invece no: a chi una coscia, a chi l’addome, a chi la schiena, a chi il collo fu una vera mattanza.

Il risultato di quella notte è che adesso gli unici animali presenti in val Martina sono le vacche di Remo Scopel, in località Dai Scopei, stalla composta da tre o quattro bestie che d’estate vanno in alpeggio nelle malghe locali, negli ultimi anni Malga Campon e dall’autunno alla primavera svernano in valle.

La vita del contadino di montagna segue i ritmi naturali: la mattina ci si alza all’alba si pulisce la lettiera ed eventualmente si sposta con la forca nel fosso per i liquami ( laviez, era o fos) lo stallatico della notte (ledan), si rimpingua con le foglie secche, se ve ne fosse bisogno, poi si riempie la mangiatoia di fieno e si procede alla mungitura.

Finita la mungitura si slegano le bestie e si fanno bere nell’apposita vasca, infine si riempie di nuovo la mangiatoia di fieno e si raccoglie il letame dal laviez per portarlo nella concimaia (ledamer).

Finite queste operazioni, si tolgono gli indumenti “da stalla” e si fa colazione, si procede poi a immagazzinare il latte appena munto che poi sarà lavorato assieme a quello della sera.
Durante il giorno si fa regolarmente visita in stalla per controllare gli animali e vedere se hanno sete e se il fieno è stato sparso fuori (strazà), in questo caso si rimette nella mangiatoia (cripia).

Il contadino procede poi, in base alla stagione, alla spargitura del letame sui prati, (slargar grasa tei prà) concimazione organica, alla potatura di viti e piante da frutto (bater fora e ligar su le vit ), raccogliendo i rami tagliati e conservandoli per l’accensione del fuoco (cior sù i svanzei par far fogo).

Nel tardo pomeriggio si raccoglie il letame e lo si porta nella concimaia (portar la grasa tel ledamer), si procede a dar da mangiare alle bestie, poi le si fa bere e infine mentre le vacche ancora mangiano, si effettua la mungitura della sera. La mungitura viene fatta a mano ogni mattina e sera.

Infine, si sparge la lettiera di foglie secche perché gli animali passino la notte all’asciutto.

Le foglie sono raccolte in autunno quando secche cadono dagli alberi, vengono tolti rami, sassi e pezzi di legno eventualmente presenti e vengono stoccate in apposito locale areato per impedire la crescita di muffe.

Il latte raccolto mattina e sera viene lavorato, posto in una pentola e portato a temperatura sulla stufa a legna e trasformato in formaggio e ricotta.

Remo, Roma Marcolina e Furia in transumanza autunnale da Col de Guiel alla Val Martina

Nascita di un vitellino

Parto gemellare

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